Città immaginarie – Prima parte

Inauguro questo blog con un tema che mi affascina da sempre: le città immaginarie. O meglio dovrei dire le città ideali, quelle che da qualche parte, nella mente degli autori, architetti, scrittori, registi, fumettisti, visionari di ogni tipo, sono esistite e sono state popolate. Mi piace immaginare un luogo sulla Terra o su un altro pianeta dove si radunino tutte le città che non sono mai esistite, forse per credere anche in una popolazione che non è mai esistita.

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Alcune di esse però sono state prese in considerazione realmente e ne esistono i progetti, di queste andremo a parlare. Cercherò di dividere questo articolo in tre parti da pubblicare a puntate, dedicando la prima parte ai progetti di colonizzazione dello spazio di Gerard K. O’Neill, la seconda alla città stato ipotizzata nientemeno che da Walt Disney e la terza alla città ideale di Paolo Soleri, architetto italiano. Voi direte, cosa c’entrano un fisico americano visionario, il papà di Topolino e l’Italia? Beh, pare che in qualche cosa abbiano un filo comune.

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Partiamo subito: il primo approfondimento riguarda lo studio fatto dalla NASA negli anni ’70 per progettare colonie spaziali in vista di una futura conquista dello spazio e conclusosi negli anni ’80 con il progressivo abbandono delle missioni con equipaggio nello spazio (a parte la missione Stazione Spaziale Internazionale che durerà fino al 2016). Nel 1969 Gerard O’Neill, professore di fisica alla Princeton University, fece una richiesta che agli studenti di quell’anno non dovette sembrare poi così bizzarra come potrebbe apparirci oggi, chiese di aiutarlo a progettare titanici centri abitativi nello spazio, delle città colonie auto-sussistenti orbitanti fuori dalla sfera terrestre. Il 20 luglio del ’69 un certo Armstrong aveva piantato i piedi sul suolo lunare (con buona pace dei teorici del complotto lunare), immagino quindi un certo ottimismo e sicuramente non meno euforia intorno ai progetti di conquista dello spazio profondo. Il professore spiazzò tutti chiedendo semplicemente “siete certi che la superficie di un pianeta sia davvero il posto migliore per una civiltà tecnologica in espansione?”. La ricerca dei suoi studenti si orientò verso il no.

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Il risultato dei suoi sforzi fu pubblicato nel settembre del 1974 su Physics Today, lo riprendo dal sito della National Space Society (si può leggere qui): il fisico affermava che la conquista dello spazio è possibile per l’umanità di questo periodo storico; nell’arco di un centinaio di anni, si legge, si potrebbe impiantare una nuova attività industriale al di fuori della sfera terrestre (“if work is begun soon, nearly all our industrial activity could be moved away from Earth’s fragile biosphere within less than a century from now”), ma soprattutto “the technical imperatives of this kind of migration of people and industry into space are likely to encourage self-sufficiency, small-scale governmental units, cultural diversity and a high degree of independence”, afferma insomma che un tipo di missione come questa avrebbe favorito l’autosufficienza, la formazione di unità governative su piccola scala (molto più efficienti delle enormi macchine centrali di potere di centri urbani sempre più immensi), la diversità culturale e un elevato grado di indipendenza. Questo secondo me rappresenta il punto più importante della sua visione, perché nella visione di O’Neill progresso scientifico in ambito spaziale e trasformazione positiva della società avanzano di pari passo. Purtroppo da allora le cose non sono andate esattamente come molti immaginavano, anche se il progresso in campo spaziale nonostante i tagli è rimasto molto attivo, missioni di enorme portata storica e scientifica come la missione Curiosity su Marte potrebbero aprire la strada a una nuova esplorazione, così com’è stato più di cinquanta anni fa per la Luna, ma stavolta verso Marte. Nella speranza che un giorno non molto lontano possano riprendere le missioni con equipaggio verso altri pianeti, primo fra tutti il pianeta rosso, e chissà che così facendo non si arrivi anche a viaggiare verso altre frontiere, verso la wilderness infinita che si estende al di fuori della nostra Terra, e quindi alla prima vera colonizzazione di una nuova casa. Per ora possiamo solo sognare, ma è vero anche che proprio perseguendo questi sogni siamo arrivati a vette impensabili.

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Ma a proposito di sogni, è importante sottolineare come O’Neill specifichi che non sta parlando di visioni allucinate, il suo obiettivo è lanciare una proposta concreta, anche se non di rapida attualizzazione, per costruire uno spazio vitale di alta qualità al di fuori della biosfera per una popolazione mondiale che aumenta a dismisura, che non riesce a imporsi fonti di energia pulita e che consuma a ritmi spaventosi le risorse del pianeta. Sottolinea infatti che il progetto è realizzabile con le conoscenze e con le risorse che già possediamo. Bisogna infatti pensare a ciò che ancora è da inventare e da scoprire come a uno stimolo e non come a un freno, fa parte dell’empirismo su cui si è mossa la scienza moderna, d’altronde anche per provare la meccanica quantistica serve un’esperienza che provi che possono esistere leggi fisiche contro-intuitive. A proposito dell’importanza del progresso scientifico in campo spaziale, segnalo la lettera che il direttore della NASA scrisse nel 1970 a chi contestava le spese e l’utilità della sua agenzia, la lettera è un vero gioiello e ne consiglio la lettura qui.

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Ecco, l’idea di O’Neill può essere vista sotto l’ottica di questa lettera: pensare allo spazio per risolvere i problemi della vita quotidiana non è folle. La chiave, continua lo scienziato, è trattare la sconfinata regione oltre la Terra non come un vuoto, ma come un mezzo di coltura, ricco di materia e di energia. Per vivere normalmente, le persone hanno bisogno di energia, aria, acqua, terra e gravità. Nello spazio, l’energia solare è affidabile, la Luna in grado di fornire i materiali necessari (oltre a essere una piattaforma di sosta e rifornimento), e l’accelerazione rotazionale può sostituire la gravità terrestre. D’altronde per garantire la vita umana nello spazio ciò che è veramente essenziale è la biodiversità, ovvero la presenza nello stesso habitat di forme viventi geneticamente differenti, dai microrganismi ai vegetali, solo così si potrà avviare un processo di terraformazione, ovvero il processo artificiale di adattamento di un luogo (naturale o artificiale) alle condizioni di vita umane, che si ottiene intervenendo chimicamente nell’atmosfera in modo da ottenere la formazione di un ecosistema. Recentemente il tema è stato anche oggetto di studio dell’antropologo John Moore, che ha trattato il modello di espansione nello spazio in colonie in relazione alla crescita demografica terrestre in un saggio pubblicato dalla NASA, Interstellar Travel and Multi-Generational Space Ships. Chi volesse approfondire i temi della ricerca sulla colonizzazione può arricchirsi con The High Frontier: Human Colonies in Space,  il testo in cui O’Neill descrive i particolari del suo ambizioso progetto. Fu pubblicato nel 1976, all’apice della “fama” dello scienziato, e fu tradotto anche in italiano (Colonie umane nello spazio, Arnoldo Mondadori Editore, 1979, pp. 334). La versione italiana probabilmente non è di facile reperibilità, quella originale invece è presente anche in versione digitale ed è disponibile su Amazon. 

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Un progetto simile è quello del Toro di Stanford, un altro progetto di colonia nello spazio sviluppato dalla NASA e dall’Università di Stanford nel 1975. Anch’esso prevedeva l’uso della forza centrifuga per simulare una gravità simile a quella terrestre e la residenza fissa di una comunità di circa diecimila persone. Ovviamente è presente in svariate storie fantascientifiche.

Ho scritto prima “fantascienza” per un motivo preciso, gli scrittori della fantascienza cosiddetta anticipatrice in realtà sapevano bene di cosa stavano parlando, non è un caso che molti di essi avessero enormi conoscenze scientifiche (Isaac Asimov) o che abbiano collaborato con gli enti spaziali (David Brin) o che abbiano scrupolosamente lavorato sui dettagli delle loro storie (Arthur C. Clarke). Cito Clarke non a caso. O’Neill aveva in effetti intrapreso degli esperimenti per constatare la fattibilità di una vita al di fuori della Terra. Riprendo dalla fonte Wikipedia: <<il progetto, conosciuto come Isola 3, consisteva di due cilindri in contro rotazione, lunghi 30 km e con un raggio di 3 km. La superficie interna di ogni cilindro era divisa in sei strisce di area uguale che correvano lungo la lunghezza del cilindro, tre erano “finestre”, tre erano “terra”. Inoltre un anello agricolo esterno del raggio di 15 km, come mostrato nella figura a destra, ruotava a velocità diverse per potervi praticare l’agricoltura. Il blocco industriale era localizzato nel centro (dietro il disco satellitare) per poter sfruttare la gravità ridotta nei processi produttivi. I cilindri ruotano per fornire una forza di gravità simulata dalla forza centrifuga sulla superficie interna…>>.

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Vi ricorda qualcosa?

Credo di si: uno dei più famosi (e più belli) romanzi di Arthur C. Clarke, un vero capolavoro di vera fantascienza, sto parlando di “Incontro con Rama”, dove si narra della scoperta e dell’esplorazione da parte di un gruppo di astronauti di un colossale cilindro costruito per replicare la vita e l’attività di un pianeta naturale. Il suo contributo, aggiungo, riguarda anche l’uso dell’orbita geostazionaria per i satelliti delle telecomunicazioni e la previsione, fatta nel ’74 (qui l’intervista), sui computer connessi in una rete globale e presenti in ogni casa negli anni Duemila. Un giorno bisognerà cambiare idea sulla Fantascienza e cominciare a considerarla per la sua essenza più profonda, un infinito stimolo per la parte migliore della nostra mente.

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Clarke e O’Neill purtroppo hanno lasciato questo mondo da qualche tempo, il primo nel 2008, il secondo nel 1992, stroncato da una leucemia a 65 anni. Poco prima di morire stava lavorando a un progetto per treni che avrebbero sfruttato l’energia elettromagnetica per garantire l’alta velocità. Come ultimo omaggio, le sue ceneri sono state spedite fuori dall’orbita terrestre il 21 aprile 1997. Le loro menti hanno fatto in tempo a lasciarci un contributo su cui c’è ancora tantissimo da riflettere, forse non tutte le idee erano perfette e forse non vedremo mai nel corso delle nostre vite le città spaziali di Gerard O’Neill, ma di certo queste persone ci hanno insegnato come portare avanti una prospettiva che appartenesse a tutti, una visione di respiro ampio che non fosse personale, ma che al contrario potesse coinvolgere tutta la nostra specie. Tutto questo questo semplicemente credendoci strenuamente, combattendo contro ostacoli che sembravano e sembrano insormontabili. 

Buon viaggio signor O’Neill, buon viaggio signor Clarke.

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5 thoughts on “Città immaginarie – Prima parte

  1. interessante. Da filosofa però non posso non pensare alla Città del sole di Campanella o alla città di Utopia di Thomas Moore…le tratterai nella prossima puntata?

    • si si l’argomento è vastissimo, però sulla Città del sole e Utopia avrei bisogno di studiare un po’ prima di poter scrivere, ma bello come suggerimento, grazie, si potrebbe dividere il tema in città progettate, città fantastiche e città come pensiero filosofico

  2. Pingback: Città immaginarie – Parte seconda | Gnam

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