Città immaginarie – Parte terza

Questa volta parliamo di “Arcologia”, un neologismo che unisce architettura ed ecologia.

Un termine inventato dall’architetto italiano Paolo Soleri, scomparso ad aprile di quest’anno e meritevole di essere (ri)scoperto e studiato.

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Arriviamo così alla fine del trittico dedicato alle città immaginarie, nuove comunità di persone tra lo spazio e la terra, progettate da menti che avevano visto nel loro tempo quella possibilità che era stata negata per molti secoli ad altri pensatori come loro, parlo della possibilità di un avanzamento molto rapido, da vedere realizzato anche nell’arco di una vita, nell’evoluzione verso una nuova società, che si voleva pacifica e benestante, lontana dalla possibilità di guerre mondiali, inquinamento e scontri tra culture differenti.

Non è un caso se le tre persone che sono state scelte in questo breve viaggio sulle città immaginarie sono in tutto e per tutto figlie del Novecento, e che abbiamo messo a punto le loro idee intorno agli anni ’60 del secolo scorso, il decennio della rinascita occidentale.

Come Giambattista Piranesi, anche Soleri vide solo una minima parte della propria opera portata a compimento. E come Walt Disney, anch’egli sognava una città-comunità costruita in breve tempo che rappresentasse un modello di città per il futuro, senza più macchine inquinanti e con un alto risparmio di energia, dove la vita e il lavoro sarebbero diventati una cosa sola. Una città che potesse migliorare la qualità della vita instaurando un rapporto stretto con l’ambiente naturale e combinando, con armonia appunto, la materia artificiale e quella naturale.

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Torinese, allievo di Frank Lloyd Wright, Soleri vive e insegna negli Stati Uniti, precisamente a Scottsdale in Arizona, dove crea uno spazio creativo per teorizzare un nuovo modello di vita sociale sostenibile dall’umanità contemporanea. 

In nature, as an organism evolves it increases in complexity and it also becomes a more compact or miniaturized system. Similarly a city should function as a living system. Arcology, architecture and ecology as one integral process, is capable of demonstrating positive response to the many problems of urban civilization, population, pollution, energy and natural resource depletion, food scarcity and quality of life. Arcology recognizes the necessity of the radical reorganization of the sprawling urban landscape into dense, integrated, three-dimensional cities in order to support the complex activities that sustain human culture. The city is the necessary instrument for the evolution of humankind.” (Dal sito arcosanti.org)

Il progetto di Soleri era veramente maestoso, dai suoi progetti possiamo capire le proporzioni del suo intervento sull’architettura contemporanea. L’arcologia, dice l’architetto italiano, riconosce la necessità di una radicale riorganizzazione della dispersione urbana in città dense, integrate e a tre dimensioni, per supportare le attività complesse su cui si basa la cultura umana. La città è lo strumento necessario per l’evoluzione del genere umano.

Soleri pensava, con spirito decisamente preveggente, che il mondo avesse bisogno di avvicinarsi, non di allontanarsi rinchiudendosi sempre più in dimensioni personali. Per questo la sua idea di città prevedeva un modello architettonico studiato per permettere agli abitanti di incontrarsi. Ma l’idea dell’arcologia avrebbe dovuto anche risolvere i problemi di sovrappopolazione e disordine esistenti nelle città moderne. Si pensava che la soluzione al problema potesse arrivare dalla costruzione in verticale delle città anziché in orizzontale, dal momento che le grandi città del futuro a causa del loro rapido sviluppo avrebbero dovuto affrontare prima o poi la mancanza di spazio sulla terra e di conseguenza una dispersione della popolazione verso periferie sempre più estreme e incontrollabili. Soleri va oltre questa idea proponendo di comprimere e compattare le strutture urbane in una sorta di tridimensionalismo, modificando così l’espansione urbana bidimensionale. Le teorie sullo sviluppo in verticale delle città sono state prese a modello da molta letteratura fantascientica, dove nella raffigurazione dei paesaggi urbani la progettazione urbanistica spesso si sviluppa verso l’alto, in strutture talvolta di dimensioni epiche. Tra i tanti film e libri si possono citare “Il quinto elemento” di Luc Besson o “Neuromante” di William Gibson, per esempio. Di solito la vita delle persone in queste storie è sempre cupa e degradata, perché gli edifici colossali (la migliore rappresentazione la si può trovare in “Blade Runner” di Ridley Scott, tanto che il film è studiato nelle facoltà di architettura) si trasformano in ciclopici contenitori di esseri umani mentre la città al suolo, invisibile perché coperta dai fumi dell’inquinamento, è lasciata ai reietti, ai criminali, ai poveri. È interessante come la metafora della società sia rappresentata da grosse città stato, infatti da alcuni decenni a questa parte i centri pulsanti delle nazioni si sono spostati nelle città, a discapito delle provincie che sono abbandonate a se stesse e per questo contano sempre meno. Rimanendo sempre sul tema e spostandosi nell’ambito fumettistico, il consiglio è di leggere “Judge Dredd”; le Megacities (anche qui per approfondire) immaginate da John Wagner e Carlos Ezquerra sono alcuni dei migliori esempi di fantascienza “architettonica” su carta, così come la Roma futuristica e inquietante di “Ranxerox” di Tamburini e Liberatore. Ma questa per l’appunto è la visione degli autori di fantascienza, Soleri voleva invece evitare che una città potesse diventare un agglomerato chiuso e violento, anzi come già detto la sua città avrebbe dovuto favorire le relazioni sociali e il lavoro in comunità.

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Tornando all’opera di Soleri, il suo lavoro più grande fu l’ideazione della città di Arcosanti, progettata secondo i modelli dell’arcologia così come la intendeva lui. Ma partiamo dall’inizio, ovvero dal suo maestro, Frank Lloyd Wright.

Wright pubblicò negli anni trenta il volume “An Organic Architecture”, in cui descriveva la propria idea di città utopica, chiamata “Broadacre City”, la “città acrovasto”. Secondo Wright la progettazione architettonica deve creare un’armonia tra l’uomo e la natura, il nuovo sistema dovrà essere un equilibrio tra i due ambienti e fare in modo che gli elementi artificiali di tutti i tipi possano integrarsi con quelli naturali. A guidare questa società deve essere la consapevolezza da parte di chi ci abita di essere parte di un unico interconnesso organismo. Per fare in modo che ciò sia possibile, la sensazione di appartenenza deve essere sviluppata anche tramite uno spazio architettonico studiato per la vita di tutti i giorni, quella delle abitudini e delle piccole cose; il progetto della città per non diventare astratto deve tenere conto di tutti i particolari della vita di una persona di questa epoca, anche di quelli più piccoli, interessando vari aspetti. Soleri lo sapeva e aveva difatti sottolineato l’importanza dei luoghi di ritrovo e di svago. Comunque, ad oggi, la famosa casa sulla cascata di Wright del 1936 è l’esempio più concreto di architettura organica, per quanto rimanga appunto una costruzione “astratta”, quasi un monumento. Soleri invece desiderava che le sue costruzioni fossero abitabili da chiunque e che diventassero parte della normale vita quotidiana. La soluzione di Wright poi non è esente da problemi. Infatti, non trova una soluzione per l’effettiva rapida crescita della popolazione, ritorniamo qui al problema già posto in precedenza. Soleri dunque riprende l’idea dell’architetto americano cercando di risolverne i nodi, focalizzandosi sullo spreco e la duplicazione delle risorse e sul risanamento del territorio. La sua è una città ideale studiata per armonizzarsi con l’uomo. Come la natura, la città deve essere organica, deve cioè fondarsi sugli stessi principi di funzionamento degli organismi biologici, ricalcandone la coerenza interna e la capacità di adattamento armonioso all’ambiente, così come succede in natura per le grandi comunità non umane, come quella delle api o delle formiche. L’arcologia per Soleri deve essere semplice e non deve sprecare nulla, deve sfruttare le risorse sapendo di poterle riutilizzare, quindi allontanandosi dal consumismo e tornando a un principio di vita tradizionale. La “miniaturizzazione”, ovvero comprimere più ambienti in uno solo (la tridimensionalità, ma penso anche alla forma dell’ipercubo, con quattro o più dimensioni), determinerà una città concentrata, dove le persone possono più facilmente trovarsi e spostarsi senza dover percorrere grandissime distanze. Un altro punto cardine dell’arcologia infatti è evitare la necessità dell’automobile, motivo di consumo inutile e di isolamento. Per non gravare ulteriormente su zone già fortemente urbanizzate, Soleri propone anche di sfruttare grossi spazi pressoché illimitati come deserti, isole galleggianti sugli oceani, canyon.

Seguendo questi principi, nel 1970 Soleri diede il via alla costruzione di Arcosanti, la città organica, “an Urban Solid of superdense and human vitality”.

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Faccio una breve digressione, gli appassionati di cinema conoscono già il lavoro di Soleri, direttamente o indirettamente, sua infatti è la casa che esplode nel mitico finale di “Zabriskie Point” di Michelangelo Antonioni, la casa peraltro fu costruita seguendo il modello di quella presente nel film “Intrigo internazionale” di Alfred Hitchcock. Il misto di musica (erano i Pink Floyd), regia (la scena fu ripresa da 17 macchine da presa) e sottotesti impliciti (esplosione dei beni di consumo) in quei pochi minuti rende quel finale un momento artistico che vive di vita propria. Non fu l’unico film ad avvalersi dell’opera di Soleri però, nel 1988 il regista Paul Mayersberg, già sceneggiatore de “L’uomo che cadde sulla Terra” e “Furyo”, entrambi con David Bowie, girò il suo film “Nightfall” ad Arcosanti. Una piccola chicca: questa pellicola è tratta dal racconto “Notturno” (Nightfall, 1941) di Isaac Asimov, lo spunto veniva da una frase del filosofo americano Ralph Waldo Emerson, che si chiedeva “Se le stelle apparissero una sola notte ogni mille anni, come gli uomini potrebbero credere e adorare, e serbare per molte generazioni la rimembranza della città di Dio?”. Insomma, Paolo Soleri non è proprio sconosciuto alla fantascienza. Ultimamente il regista Francis Ford Coppola si era rivolta alla sua consulenza per una sceneggiatura molto ambiziosa, tipicamente “coppoliana”, dal titolo “Megalopolis”, la storia di un architetto che vuole ricostruire New York. Il film è stato accantonato dal regista alcuni anni fa, ma forse ora, dopo alcuni piccoli film indipendenti, potrebbe essere intenzionato a riprenderlo. Conoscendo la tenacia e la follia del regista, potrebbe anche riuscirci. Io lo spero, almeno.

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Si diceva prima che solo una parte dei suoi tantissimi progetti sono stati realizzati.

I suoi progetti urbanistici più importanti sono stati:

Mesa City (1959), con planimetria biomorfa.

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Novanoah, Asteromo, Arcollective, agglomerati in cui l’altissima concentrazione urbana delle megastrutture verrebbe bilanciata dalle vaste aree territoriali destinate all’agricoltura e al godimento della natura, dalla riduzione al minimo degli sprechi di tempo, di spazio, di trasporti e di inquinamento, il tutto a vantaggio di un più organico, umano ed ecologico sfruttamento dell’ambiente. (Dalla fonte Wikipedia)

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Infine la città di Arcosanti, che però esiste solo in parte.

“Sarei diventato matto se avessi saputo che ci avrebbero messo così tanto”, disse tre anni fa Soleri all’Arizona Republic.

“Arcosanti is an urban laboratory focused on innovative design, community, and environmental accountability. Our goal is to actively pursue lean alternatives to urban sprawl based on Paolo Soleri’s theory of compact city design, Arcology (architecture + ecology). Built by over 7,000 volunteers since the commencement of the project in 1970, Arcosanti provides various mixed-use buildings and public spaces where people live, work, visit, and participate in educational and cultural programs.” (arcosanti.org)

La costruzione iniziò nel 1970 a circa 100 km a nord di Phoenix, in Arizona, ma il progetto risale al 1965, quando Soleri inizia a cercare i fondi per comprare 60 acri di terreno e ottenere la concessione di altri 800 acri per una eventuale estensione. La prima comunità infatti avrebbe dovuto ospitare almeno cinquemila persone. Da allora vi hanno lavorato circa settemila studenti, ma è stata completata soltanto al 3%. A tutt’oggi esistono 14 edifici e vi abitano circa 90 persone.

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Dalla fonte Wikipedia: “Il progetto dell’abitato, impostato come «un complesso compatto dove vita, lavoro e gioco sono tutti sotto il medesimo tetto», è concettualmente simile in generale agli insediamenti popolari, come ad alcune cittadine mediterranee, sebbene abbia una maggior complessità funzionale e strutturale. Qualità che lasciano percepire il senso dell’ambiente arcologia. A qualche decennio dall’inizio della costruzione Soleri è cauto nel tracciare un bilancio del suo lavoro: «Riconoscere l’importanza delle implicazioni e delle relazioni ambientali è stato un notevole primo passo. Abbiamo quindi dovuto constatare che la vita è più complessa ed ardua di quanto ci piacerebbe credere»

«Il concetto di Arcologia racchiude in sé l’idea della necessità di un cambiamento di coscienza e di atteggiamento – la percezione del fatto che il nostro attuale modo di vita è probabilmente non sostenibile e forse persino non etico (…) Qui, dove vita e lavoro sono una sola cosa, non puoi isolare l’uno dall’altro. In molti aspetti, le persone che stanno lavorando qui sono eroi».”

Allo stesso tempo Soleri parlava dell’impossibilità di agire senza finanziamenti: “I was driven by emotions. I never sat down and said, ‘What am I going to do now?’ I was too busy. But, I ask, is it possible to build a utopia without money?”

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Come Disney e O’Neill, anche Soleri fa parte di quella schiera di grandissimi inventori che sognavano ciò che ancora non c’era, possibilmente per migliorare le possibilità dell’uomo, abbattere barriere, andare oltre i limiti visibili, migliorare le nostre capacità e di conseguenza le nostre esistenze, ma sempre tenendo i piedi ben piantati per terra. Con Disney condivideva l’idea di una nuova città ideale, che fosse un luogo di rinascita per l’uomo, come O’Neill invece considerava lo spazio un luogo alternativo all’ecosistema terrestre ormai a rischio, e aveva addirittura progettato alcuni habitat modulari con componenti assemblabili per stabilire insediamenti umani su asteroidi o per creare stazioni fluttuanti. La serietà e l’importanza dei loro progetti, con tutti i loro limiti, dovuti a loro o ai tempi in cui vivevano (e viviamo), mossi perché no anche da gloria personale, mi hanno invogliato ad approfondire queste questioni, perché le spinte che ci muovono sono dovute principalmente all’ambiente in cui viviamo. Come disse Soleri, “I am a prisoner of my own age”. Paolo Soleri è morto il 9 aprile 2013 a Cosanti, accanto al suo sogno.

Città immaginarie – Prima parte

Inauguro questo blog con un tema che mi affascina da sempre: le città immaginarie. O meglio dovrei dire le città ideali, quelle che da qualche parte, nella mente degli autori, architetti, scrittori, registi, fumettisti, visionari di ogni tipo, sono esistite e sono state popolate. Mi piace immaginare un luogo sulla Terra o su un altro pianeta dove si radunino tutte le città che non sono mai esistite, forse per credere anche in una popolazione che non è mai esistita.

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Alcune di esse però sono state prese in considerazione realmente e ne esistono i progetti, di queste andremo a parlare. Cercherò di dividere questo articolo in tre parti da pubblicare a puntate, dedicando la prima parte ai progetti di colonizzazione dello spazio di Gerard K. O’Neill, la seconda alla città stato ipotizzata nientemeno che da Walt Disney e la terza alla città ideale di Paolo Soleri, architetto italiano. Voi direte, cosa c’entrano un fisico americano visionario, il papà di Topolino e l’Italia? Beh, pare che in qualche cosa abbiano un filo comune.

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Partiamo subito: il primo approfondimento riguarda lo studio fatto dalla NASA negli anni ’70 per progettare colonie spaziali in vista di una futura conquista dello spazio e conclusosi negli anni ’80 con il progressivo abbandono delle missioni con equipaggio nello spazio (a parte la missione Stazione Spaziale Internazionale che durerà fino al 2016). Nel 1969 Gerard O’Neill, professore di fisica alla Princeton University, fece una richiesta che agli studenti di quell’anno non dovette sembrare poi così bizzarra come potrebbe apparirci oggi, chiese di aiutarlo a progettare titanici centri abitativi nello spazio, delle città colonie auto-sussistenti orbitanti fuori dalla sfera terrestre. Il 20 luglio del ’69 un certo Armstrong aveva piantato i piedi sul suolo lunare (con buona pace dei teorici del complotto lunare), immagino quindi un certo ottimismo e sicuramente non meno euforia intorno ai progetti di conquista dello spazio profondo. Il professore spiazzò tutti chiedendo semplicemente “siete certi che la superficie di un pianeta sia davvero il posto migliore per una civiltà tecnologica in espansione?”. La ricerca dei suoi studenti si orientò verso il no.

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Il risultato dei suoi sforzi fu pubblicato nel settembre del 1974 su Physics Today, lo riprendo dal sito della National Space Society (si può leggere qui): il fisico affermava che la conquista dello spazio è possibile per l’umanità di questo periodo storico; nell’arco di un centinaio di anni, si legge, si potrebbe impiantare una nuova attività industriale al di fuori della sfera terrestre (“if work is begun soon, nearly all our industrial activity could be moved away from Earth’s fragile biosphere within less than a century from now”), ma soprattutto “the technical imperatives of this kind of migration of people and industry into space are likely to encourage self-sufficiency, small-scale governmental units, cultural diversity and a high degree of independence”, afferma insomma che un tipo di missione come questa avrebbe favorito l’autosufficienza, la formazione di unità governative su piccola scala (molto più efficienti delle enormi macchine centrali di potere di centri urbani sempre più immensi), la diversità culturale e un elevato grado di indipendenza. Questo secondo me rappresenta il punto più importante della sua visione, perché nella visione di O’Neill progresso scientifico in ambito spaziale e trasformazione positiva della società avanzano di pari passo. Purtroppo da allora le cose non sono andate esattamente come molti immaginavano, anche se il progresso in campo spaziale nonostante i tagli è rimasto molto attivo, missioni di enorme portata storica e scientifica come la missione Curiosity su Marte potrebbero aprire la strada a una nuova esplorazione, così com’è stato più di cinquanta anni fa per la Luna, ma stavolta verso Marte. Nella speranza che un giorno non molto lontano possano riprendere le missioni con equipaggio verso altri pianeti, primo fra tutti il pianeta rosso, e chissà che così facendo non si arrivi anche a viaggiare verso altre frontiere, verso la wilderness infinita che si estende al di fuori della nostra Terra, e quindi alla prima vera colonizzazione di una nuova casa. Per ora possiamo solo sognare, ma è vero anche che proprio perseguendo questi sogni siamo arrivati a vette impensabili.

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Ma a proposito di sogni, è importante sottolineare come O’Neill specifichi che non sta parlando di visioni allucinate, il suo obiettivo è lanciare una proposta concreta, anche se non di rapida attualizzazione, per costruire uno spazio vitale di alta qualità al di fuori della biosfera per una popolazione mondiale che aumenta a dismisura, che non riesce a imporsi fonti di energia pulita e che consuma a ritmi spaventosi le risorse del pianeta. Sottolinea infatti che il progetto è realizzabile con le conoscenze e con le risorse che già possediamo. Bisogna infatti pensare a ciò che ancora è da inventare e da scoprire come a uno stimolo e non come a un freno, fa parte dell’empirismo su cui si è mossa la scienza moderna, d’altronde anche per provare la meccanica quantistica serve un’esperienza che provi che possono esistere leggi fisiche contro-intuitive. A proposito dell’importanza del progresso scientifico in campo spaziale, segnalo la lettera che il direttore della NASA scrisse nel 1970 a chi contestava le spese e l’utilità della sua agenzia, la lettera è un vero gioiello e ne consiglio la lettura qui.

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Ecco, l’idea di O’Neill può essere vista sotto l’ottica di questa lettera: pensare allo spazio per risolvere i problemi della vita quotidiana non è folle. La chiave, continua lo scienziato, è trattare la sconfinata regione oltre la Terra non come un vuoto, ma come un mezzo di coltura, ricco di materia e di energia. Per vivere normalmente, le persone hanno bisogno di energia, aria, acqua, terra e gravità. Nello spazio, l’energia solare è affidabile, la Luna in grado di fornire i materiali necessari (oltre a essere una piattaforma di sosta e rifornimento), e l’accelerazione rotazionale può sostituire la gravità terrestre. D’altronde per garantire la vita umana nello spazio ciò che è veramente essenziale è la biodiversità, ovvero la presenza nello stesso habitat di forme viventi geneticamente differenti, dai microrganismi ai vegetali, solo così si potrà avviare un processo di terraformazione, ovvero il processo artificiale di adattamento di un luogo (naturale o artificiale) alle condizioni di vita umane, che si ottiene intervenendo chimicamente nell’atmosfera in modo da ottenere la formazione di un ecosistema. Recentemente il tema è stato anche oggetto di studio dell’antropologo John Moore, che ha trattato il modello di espansione nello spazio in colonie in relazione alla crescita demografica terrestre in un saggio pubblicato dalla NASA, Interstellar Travel and Multi-Generational Space Ships. Chi volesse approfondire i temi della ricerca sulla colonizzazione può arricchirsi con The High Frontier: Human Colonies in Space,  il testo in cui O’Neill descrive i particolari del suo ambizioso progetto. Fu pubblicato nel 1976, all’apice della “fama” dello scienziato, e fu tradotto anche in italiano (Colonie umane nello spazio, Arnoldo Mondadori Editore, 1979, pp. 334). La versione italiana probabilmente non è di facile reperibilità, quella originale invece è presente anche in versione digitale ed è disponibile su Amazon. 

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Un progetto simile è quello del Toro di Stanford, un altro progetto di colonia nello spazio sviluppato dalla NASA e dall’Università di Stanford nel 1975. Anch’esso prevedeva l’uso della forza centrifuga per simulare una gravità simile a quella terrestre e la residenza fissa di una comunità di circa diecimila persone. Ovviamente è presente in svariate storie fantascientifiche.

Ho scritto prima “fantascienza” per un motivo preciso, gli scrittori della fantascienza cosiddetta anticipatrice in realtà sapevano bene di cosa stavano parlando, non è un caso che molti di essi avessero enormi conoscenze scientifiche (Isaac Asimov) o che abbiano collaborato con gli enti spaziali (David Brin) o che abbiano scrupolosamente lavorato sui dettagli delle loro storie (Arthur C. Clarke). Cito Clarke non a caso. O’Neill aveva in effetti intrapreso degli esperimenti per constatare la fattibilità di una vita al di fuori della Terra. Riprendo dalla fonte Wikipedia: <<il progetto, conosciuto come Isola 3, consisteva di due cilindri in contro rotazione, lunghi 30 km e con un raggio di 3 km. La superficie interna di ogni cilindro era divisa in sei strisce di area uguale che correvano lungo la lunghezza del cilindro, tre erano “finestre”, tre erano “terra”. Inoltre un anello agricolo esterno del raggio di 15 km, come mostrato nella figura a destra, ruotava a velocità diverse per potervi praticare l’agricoltura. Il blocco industriale era localizzato nel centro (dietro il disco satellitare) per poter sfruttare la gravità ridotta nei processi produttivi. I cilindri ruotano per fornire una forza di gravità simulata dalla forza centrifuga sulla superficie interna…>>.

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Vi ricorda qualcosa?

Credo di si: uno dei più famosi (e più belli) romanzi di Arthur C. Clarke, un vero capolavoro di vera fantascienza, sto parlando di “Incontro con Rama”, dove si narra della scoperta e dell’esplorazione da parte di un gruppo di astronauti di un colossale cilindro costruito per replicare la vita e l’attività di un pianeta naturale. Il suo contributo, aggiungo, riguarda anche l’uso dell’orbita geostazionaria per i satelliti delle telecomunicazioni e la previsione, fatta nel ’74 (qui l’intervista), sui computer connessi in una rete globale e presenti in ogni casa negli anni Duemila. Un giorno bisognerà cambiare idea sulla Fantascienza e cominciare a considerarla per la sua essenza più profonda, un infinito stimolo per la parte migliore della nostra mente.

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Clarke e O’Neill purtroppo hanno lasciato questo mondo da qualche tempo, il primo nel 2008, il secondo nel 1992, stroncato da una leucemia a 65 anni. Poco prima di morire stava lavorando a un progetto per treni che avrebbero sfruttato l’energia elettromagnetica per garantire l’alta velocità. Come ultimo omaggio, le sue ceneri sono state spedite fuori dall’orbita terrestre il 21 aprile 1997. Le loro menti hanno fatto in tempo a lasciarci un contributo su cui c’è ancora tantissimo da riflettere, forse non tutte le idee erano perfette e forse non vedremo mai nel corso delle nostre vite le città spaziali di Gerard O’Neill, ma di certo queste persone ci hanno insegnato come portare avanti una prospettiva che appartenesse a tutti, una visione di respiro ampio che non fosse personale, ma che al contrario potesse coinvolgere tutta la nostra specie. Tutto questo questo semplicemente credendoci strenuamente, combattendo contro ostacoli che sembravano e sembrano insormontabili. 

Buon viaggio signor O’Neill, buon viaggio signor Clarke.