Città immaginarie – Parte terza

Questa volta parliamo di “Arcologia”, un neologismo che unisce architettura ed ecologia.

Un termine inventato dall’architetto italiano Paolo Soleri, scomparso ad aprile di quest’anno e meritevole di essere (ri)scoperto e studiato.

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Arriviamo così alla fine del trittico dedicato alle città immaginarie, nuove comunità di persone tra lo spazio e la terra, progettate da menti che avevano visto nel loro tempo quella possibilità che era stata negata per molti secoli ad altri pensatori come loro, parlo della possibilità di un avanzamento molto rapido, da vedere realizzato anche nell’arco di una vita, nell’evoluzione verso una nuova società, che si voleva pacifica e benestante, lontana dalla possibilità di guerre mondiali, inquinamento e scontri tra culture differenti.

Non è un caso se le tre persone che sono state scelte in questo breve viaggio sulle città immaginarie sono in tutto e per tutto figlie del Novecento, e che abbiamo messo a punto le loro idee intorno agli anni ’60 del secolo scorso, il decennio della rinascita occidentale.

Come Giambattista Piranesi, anche Soleri vide solo una minima parte della propria opera portata a compimento. E come Walt Disney, anch’egli sognava una città-comunità costruita in breve tempo che rappresentasse un modello di città per il futuro, senza più macchine inquinanti e con un alto risparmio di energia, dove la vita e il lavoro sarebbero diventati una cosa sola. Una città che potesse migliorare la qualità della vita instaurando un rapporto stretto con l’ambiente naturale e combinando, con armonia appunto, la materia artificiale e quella naturale.

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Torinese, allievo di Frank Lloyd Wright, Soleri vive e insegna negli Stati Uniti, precisamente a Scottsdale in Arizona, dove crea uno spazio creativo per teorizzare un nuovo modello di vita sociale sostenibile dall’umanità contemporanea. 

In nature, as an organism evolves it increases in complexity and it also becomes a more compact or miniaturized system. Similarly a city should function as a living system. Arcology, architecture and ecology as one integral process, is capable of demonstrating positive response to the many problems of urban civilization, population, pollution, energy and natural resource depletion, food scarcity and quality of life. Arcology recognizes the necessity of the radical reorganization of the sprawling urban landscape into dense, integrated, three-dimensional cities in order to support the complex activities that sustain human culture. The city is the necessary instrument for the evolution of humankind.” (Dal sito arcosanti.org)

Il progetto di Soleri era veramente maestoso, dai suoi progetti possiamo capire le proporzioni del suo intervento sull’architettura contemporanea. L’arcologia, dice l’architetto italiano, riconosce la necessità di una radicale riorganizzazione della dispersione urbana in città dense, integrate e a tre dimensioni, per supportare le attività complesse su cui si basa la cultura umana. La città è lo strumento necessario per l’evoluzione del genere umano.

Soleri pensava, con spirito decisamente preveggente, che il mondo avesse bisogno di avvicinarsi, non di allontanarsi rinchiudendosi sempre più in dimensioni personali. Per questo la sua idea di città prevedeva un modello architettonico studiato per permettere agli abitanti di incontrarsi. Ma l’idea dell’arcologia avrebbe dovuto anche risolvere i problemi di sovrappopolazione e disordine esistenti nelle città moderne. Si pensava che la soluzione al problema potesse arrivare dalla costruzione in verticale delle città anziché in orizzontale, dal momento che le grandi città del futuro a causa del loro rapido sviluppo avrebbero dovuto affrontare prima o poi la mancanza di spazio sulla terra e di conseguenza una dispersione della popolazione verso periferie sempre più estreme e incontrollabili. Soleri va oltre questa idea proponendo di comprimere e compattare le strutture urbane in una sorta di tridimensionalismo, modificando così l’espansione urbana bidimensionale. Le teorie sullo sviluppo in verticale delle città sono state prese a modello da molta letteratura fantascientica, dove nella raffigurazione dei paesaggi urbani la progettazione urbanistica spesso si sviluppa verso l’alto, in strutture talvolta di dimensioni epiche. Tra i tanti film e libri si possono citare “Il quinto elemento” di Luc Besson o “Neuromante” di William Gibson, per esempio. Di solito la vita delle persone in queste storie è sempre cupa e degradata, perché gli edifici colossali (la migliore rappresentazione la si può trovare in “Blade Runner” di Ridley Scott, tanto che il film è studiato nelle facoltà di architettura) si trasformano in ciclopici contenitori di esseri umani mentre la città al suolo, invisibile perché coperta dai fumi dell’inquinamento, è lasciata ai reietti, ai criminali, ai poveri. È interessante come la metafora della società sia rappresentata da grosse città stato, infatti da alcuni decenni a questa parte i centri pulsanti delle nazioni si sono spostati nelle città, a discapito delle provincie che sono abbandonate a se stesse e per questo contano sempre meno. Rimanendo sempre sul tema e spostandosi nell’ambito fumettistico, il consiglio è di leggere “Judge Dredd”; le Megacities (anche qui per approfondire) immaginate da John Wagner e Carlos Ezquerra sono alcuni dei migliori esempi di fantascienza “architettonica” su carta, così come la Roma futuristica e inquietante di “Ranxerox” di Tamburini e Liberatore. Ma questa per l’appunto è la visione degli autori di fantascienza, Soleri voleva invece evitare che una città potesse diventare un agglomerato chiuso e violento, anzi come già detto la sua città avrebbe dovuto favorire le relazioni sociali e il lavoro in comunità.

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Tornando all’opera di Soleri, il suo lavoro più grande fu l’ideazione della città di Arcosanti, progettata secondo i modelli dell’arcologia così come la intendeva lui. Ma partiamo dall’inizio, ovvero dal suo maestro, Frank Lloyd Wright.

Wright pubblicò negli anni trenta il volume “An Organic Architecture”, in cui descriveva la propria idea di città utopica, chiamata “Broadacre City”, la “città acrovasto”. Secondo Wright la progettazione architettonica deve creare un’armonia tra l’uomo e la natura, il nuovo sistema dovrà essere un equilibrio tra i due ambienti e fare in modo che gli elementi artificiali di tutti i tipi possano integrarsi con quelli naturali. A guidare questa società deve essere la consapevolezza da parte di chi ci abita di essere parte di un unico interconnesso organismo. Per fare in modo che ciò sia possibile, la sensazione di appartenenza deve essere sviluppata anche tramite uno spazio architettonico studiato per la vita di tutti i giorni, quella delle abitudini e delle piccole cose; il progetto della città per non diventare astratto deve tenere conto di tutti i particolari della vita di una persona di questa epoca, anche di quelli più piccoli, interessando vari aspetti. Soleri lo sapeva e aveva difatti sottolineato l’importanza dei luoghi di ritrovo e di svago. Comunque, ad oggi, la famosa casa sulla cascata di Wright del 1936 è l’esempio più concreto di architettura organica, per quanto rimanga appunto una costruzione “astratta”, quasi un monumento. Soleri invece desiderava che le sue costruzioni fossero abitabili da chiunque e che diventassero parte della normale vita quotidiana. La soluzione di Wright poi non è esente da problemi. Infatti, non trova una soluzione per l’effettiva rapida crescita della popolazione, ritorniamo qui al problema già posto in precedenza. Soleri dunque riprende l’idea dell’architetto americano cercando di risolverne i nodi, focalizzandosi sullo spreco e la duplicazione delle risorse e sul risanamento del territorio. La sua è una città ideale studiata per armonizzarsi con l’uomo. Come la natura, la città deve essere organica, deve cioè fondarsi sugli stessi principi di funzionamento degli organismi biologici, ricalcandone la coerenza interna e la capacità di adattamento armonioso all’ambiente, così come succede in natura per le grandi comunità non umane, come quella delle api o delle formiche. L’arcologia per Soleri deve essere semplice e non deve sprecare nulla, deve sfruttare le risorse sapendo di poterle riutilizzare, quindi allontanandosi dal consumismo e tornando a un principio di vita tradizionale. La “miniaturizzazione”, ovvero comprimere più ambienti in uno solo (la tridimensionalità, ma penso anche alla forma dell’ipercubo, con quattro o più dimensioni), determinerà una città concentrata, dove le persone possono più facilmente trovarsi e spostarsi senza dover percorrere grandissime distanze. Un altro punto cardine dell’arcologia infatti è evitare la necessità dell’automobile, motivo di consumo inutile e di isolamento. Per non gravare ulteriormente su zone già fortemente urbanizzate, Soleri propone anche di sfruttare grossi spazi pressoché illimitati come deserti, isole galleggianti sugli oceani, canyon.

Seguendo questi principi, nel 1970 Soleri diede il via alla costruzione di Arcosanti, la città organica, “an Urban Solid of superdense and human vitality”.

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Faccio una breve digressione, gli appassionati di cinema conoscono già il lavoro di Soleri, direttamente o indirettamente, sua infatti è la casa che esplode nel mitico finale di “Zabriskie Point” di Michelangelo Antonioni, la casa peraltro fu costruita seguendo il modello di quella presente nel film “Intrigo internazionale” di Alfred Hitchcock. Il misto di musica (erano i Pink Floyd), regia (la scena fu ripresa da 17 macchine da presa) e sottotesti impliciti (esplosione dei beni di consumo) in quei pochi minuti rende quel finale un momento artistico che vive di vita propria. Non fu l’unico film ad avvalersi dell’opera di Soleri però, nel 1988 il regista Paul Mayersberg, già sceneggiatore de “L’uomo che cadde sulla Terra” e “Furyo”, entrambi con David Bowie, girò il suo film “Nightfall” ad Arcosanti. Una piccola chicca: questa pellicola è tratta dal racconto “Notturno” (Nightfall, 1941) di Isaac Asimov, lo spunto veniva da una frase del filosofo americano Ralph Waldo Emerson, che si chiedeva “Se le stelle apparissero una sola notte ogni mille anni, come gli uomini potrebbero credere e adorare, e serbare per molte generazioni la rimembranza della città di Dio?”. Insomma, Paolo Soleri non è proprio sconosciuto alla fantascienza. Ultimamente il regista Francis Ford Coppola si era rivolta alla sua consulenza per una sceneggiatura molto ambiziosa, tipicamente “coppoliana”, dal titolo “Megalopolis”, la storia di un architetto che vuole ricostruire New York. Il film è stato accantonato dal regista alcuni anni fa, ma forse ora, dopo alcuni piccoli film indipendenti, potrebbe essere intenzionato a riprenderlo. Conoscendo la tenacia e la follia del regista, potrebbe anche riuscirci. Io lo spero, almeno.

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Si diceva prima che solo una parte dei suoi tantissimi progetti sono stati realizzati.

I suoi progetti urbanistici più importanti sono stati:

Mesa City (1959), con planimetria biomorfa.

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Novanoah, Asteromo, Arcollective, agglomerati in cui l’altissima concentrazione urbana delle megastrutture verrebbe bilanciata dalle vaste aree territoriali destinate all’agricoltura e al godimento della natura, dalla riduzione al minimo degli sprechi di tempo, di spazio, di trasporti e di inquinamento, il tutto a vantaggio di un più organico, umano ed ecologico sfruttamento dell’ambiente. (Dalla fonte Wikipedia)

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Infine la città di Arcosanti, che però esiste solo in parte.

“Sarei diventato matto se avessi saputo che ci avrebbero messo così tanto”, disse tre anni fa Soleri all’Arizona Republic.

“Arcosanti is an urban laboratory focused on innovative design, community, and environmental accountability. Our goal is to actively pursue lean alternatives to urban sprawl based on Paolo Soleri’s theory of compact city design, Arcology (architecture + ecology). Built by over 7,000 volunteers since the commencement of the project in 1970, Arcosanti provides various mixed-use buildings and public spaces where people live, work, visit, and participate in educational and cultural programs.” (arcosanti.org)

La costruzione iniziò nel 1970 a circa 100 km a nord di Phoenix, in Arizona, ma il progetto risale al 1965, quando Soleri inizia a cercare i fondi per comprare 60 acri di terreno e ottenere la concessione di altri 800 acri per una eventuale estensione. La prima comunità infatti avrebbe dovuto ospitare almeno cinquemila persone. Da allora vi hanno lavorato circa settemila studenti, ma è stata completata soltanto al 3%. A tutt’oggi esistono 14 edifici e vi abitano circa 90 persone.

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Dalla fonte Wikipedia: “Il progetto dell’abitato, impostato come «un complesso compatto dove vita, lavoro e gioco sono tutti sotto il medesimo tetto», è concettualmente simile in generale agli insediamenti popolari, come ad alcune cittadine mediterranee, sebbene abbia una maggior complessità funzionale e strutturale. Qualità che lasciano percepire il senso dell’ambiente arcologia. A qualche decennio dall’inizio della costruzione Soleri è cauto nel tracciare un bilancio del suo lavoro: «Riconoscere l’importanza delle implicazioni e delle relazioni ambientali è stato un notevole primo passo. Abbiamo quindi dovuto constatare che la vita è più complessa ed ardua di quanto ci piacerebbe credere»

«Il concetto di Arcologia racchiude in sé l’idea della necessità di un cambiamento di coscienza e di atteggiamento – la percezione del fatto che il nostro attuale modo di vita è probabilmente non sostenibile e forse persino non etico (…) Qui, dove vita e lavoro sono una sola cosa, non puoi isolare l’uno dall’altro. In molti aspetti, le persone che stanno lavorando qui sono eroi».”

Allo stesso tempo Soleri parlava dell’impossibilità di agire senza finanziamenti: “I was driven by emotions. I never sat down and said, ‘What am I going to do now?’ I was too busy. But, I ask, is it possible to build a utopia without money?”

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Come Disney e O’Neill, anche Soleri fa parte di quella schiera di grandissimi inventori che sognavano ciò che ancora non c’era, possibilmente per migliorare le possibilità dell’uomo, abbattere barriere, andare oltre i limiti visibili, migliorare le nostre capacità e di conseguenza le nostre esistenze, ma sempre tenendo i piedi ben piantati per terra. Con Disney condivideva l’idea di una nuova città ideale, che fosse un luogo di rinascita per l’uomo, come O’Neill invece considerava lo spazio un luogo alternativo all’ecosistema terrestre ormai a rischio, e aveva addirittura progettato alcuni habitat modulari con componenti assemblabili per stabilire insediamenti umani su asteroidi o per creare stazioni fluttuanti. La serietà e l’importanza dei loro progetti, con tutti i loro limiti, dovuti a loro o ai tempi in cui vivevano (e viviamo), mossi perché no anche da gloria personale, mi hanno invogliato ad approfondire queste questioni, perché le spinte che ci muovono sono dovute principalmente all’ambiente in cui viviamo. Come disse Soleri, “I am a prisoner of my own age”. Paolo Soleri è morto il 9 aprile 2013 a Cosanti, accanto al suo sogno.

Città immaginarie – Parte seconda

Epcot.

Il nome vi dice qualcosa?

Probabilmente a molti non dice nulla, eppure nella mente del suo inventore sarebbe dovuta essere la prima delle città del futuro in cui tutti avremmo vissuto. Il suo creatore si chiamava Walt Disney ed è conosciuto per essere stato un uomo pieno di idee vincenti ma a volte anche diaboliche. Il padre di Topolino e compagni, un uomo geniale senza dubbio, nella sua bontà di cartapesta anni ’50 a volte mi ricorda alcuni personaggi dei romanzi di Philip K. Dick. Premetto che nella mia formazione culturale Disney è venuto prima di Philip Dick, con i personaggi del suo fumetto ho passato un’infanzia meravigliosa (ma è merito soprattutto degli imbattibili Maestri italiani) e se ho sviluppato una buona predisposizione per la narrazione delle storie lo devo a quelle pagine in cui la fantasia regnava su vette altissime, non escludo anzi che sia partito tutto da lì, forse anche prima del mio amore per il Cinema. Tutt’ora rivedere zio Paperone (in assoluto il mio preferito), Paperino, Archimede, la Banda Bassotti, Amelia, Macchia Nera, o sentire la voce di Pippo nei cartoni animati a lui dedicati, mi fa bene, mi fa sentire in compagnia di amici, così come mi sentivo da piccolo. Certo, ripeto, le storie che leggevo erano tutte italiane, al 100%.

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Però ciò non toglie che a volte il ricordo di questo signore sia circondato da un alone inquietante. Dicevo prima di Philip Dick. Non so se Disney fosse davvero nella mente di Dick quando questi scriveva, ma è fuori di dubbio che egli rappresenti molto bene lo spirito americano che lo scrittore di Ubik viveva come una distorsione allucinante, pressato da un culto della libertà individuale quasi assoluto. L’America intesa come unica cultura destinata a comandare il mondo può avere in Disney un portavoce affidabile. Topolino dittatore? Non proprio, perché quando Walt progettava Epcot sicuramente lo faceva in buona fede, convinto davvero che lo stile di vita U.S.A. fosse il migliore che si potesse avere e che il cittadino-consumatore, quello sorridente delle pubblicità degli anni ’50, fosse l’unico modello possibile per l’uomo americano che aveva appena distrutto i regimi totalitari degli europei e dei giapponesi. Anche a suon di bombe atomiche, come sappiamo. In un certo senso nessuno imponeva nulla, al contrario del regime sovietico, ma allo stesso tempo quello era ciò che era dato trovare, e che bisognava amare, prendere o lasciare (il Paese, possibilmente).

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La fede nel suo Paese portò il creatore dell’universo di Topolino a scelte spesso discutibili nella sua vita, si parla di una simpatia per il nazismo prima della guerra e di una gestione dispotica della sua azienda. Disney non approvava i sindacati né che qualcuno potesse avere da ridire sul suo modo di condurre i lavori. Anzi, durante il periodo della caccia ai simpatizzanti socialisti voluta dal tristemente famoso senatore McCarthy, testimoniò contro alcuni dei suoi stessi colleghi davanti la commissione per le attività anti-americane. Fu la campagna che portò tantissime persone, probabilmente tanti che amavano il proprio paese, nella rovina assoluta. Certo, tutto va contestualizzato, ora noi abbiamo una visione ampia e chiara su un periodo storico definitivamente chiuso e in cui le paure di una guerra tra due blocchi totalmente contrapposti che avrebbero annientato l’essere umano erano più che concrete, ma rimane il fatto che le facce di Walt Disney ci danno ancora oggi un senso di contrasto e confusione. Quale di queste è la più sincera? Il genio creativo, l’inventore, l’artista o il despota? Probabilmente entrambi, per questo dico che Walt Disney e gli Stati Uniti sono una cosa sola. D’altronde chi ha detto che Topolino e soci dell’epoca fossero in contrasto con l’odio sincero verso un nemico?

Ma non divaghiamo, torniamo a Epcot. Certo una premessa andava fatta, altrimenti è difficile capire l’idea di questa città, progettata e fortemente voluta da Disney nell’ultimo periodo della sua vita, intorno alla metà degli anni ’60 (lui è morto nel 1966). Il progetto gli stava così a cuore che anche nell’agonia finale nel suo letto d’ospedale, dopo inutili e dolorosissime operazioni ai polmoni malati, pensava a Epcot, la città degli americani.

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Epcot sta per Experimental Prototype COmmunity of Tomorrow. Già, la comunità del domani. Nel bene e nel male loro sono sempre stati proiettati verso il futuro. Lo sguardo era tutto diretto lì, verso quell’infinito nulla da colmare, uno spazio fatto di tempo ed esseri umani, senza fine. L’obiettivo è riempire il futuro, qualcosa che è sempre uno spazio vuoto, un “non luogo” da modellare prima degli altri, possibilmente anche facendo un po’ di quattrini. Come Gerard O’Neill (ma su piani differenti), anche la visione di Disney era quella dei vecchi pionieri, andare avanti e scoprire, mentre si scopre però si piazza anche una bella bandiera a stelle e strisce. È così che si vince, se non è chiaro; non guardando dietro, ma avanti. Insomma ragazzi, qui ci siamo venuti prima noi. Semplice. We are soo sorry, but… L’idea è quella di colonizzare, di offrire una soluzione prima degli altri, e chi arriva primo di solito influenza tutto il resto, semplicemente perché non c’è alternativa e quindi, e qui torniamo al discorso di poco fa, prendere o lasciare. La visione di Disney era certamente meno filantropica e più capitalista.

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L’obiettivo di Walt Disney era di creare inizialmente uno comunità lavorativa per alcune decine di migliaia di persone, in cui le grandi corporation statunitensi avrebbero mostrato la vita nella città del futuro con le nuove tecnologie americane e un nuovo modello di organizzazione sociale. Una vera utopia dove a regnare sarebbero state le leggi della grande compagnia Disney, nessuno doveva essere proprietario della propria casa e nessuno avrebbe avuto il diritto di votare. La Disney avrebbe scelto i rappresentanti e avrebbe comandato la polizia locale, per stabilire senza vincoli i divieti e i permessi della città del futuro. Le regole d’altronde sarebbero state ben poche ma molto chiare: cittadini come clienti e dipendenti, tutti impiegati, niente pensionati e niente disoccupati. Messe così, le leggi del consumismo avrebbero lasciato ben poco all’iniziativa del cittadino, proprio in una paese dalla forte caratterizzazione individualista. Anzi, il cittadino, o sarebbe meglio dire l’essere umano, sarebbe diventato una pedina, un giocattolo molto simile ai pupazzi delle varie attrazioni del parco giochi.

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Il passo, in pochi anni, era stato breve; la mente di Disney infatti lavorava instancabile e a una velocità impressionante. Nel 1955 era stato aperto il parco giochi più famoso del mondo, Disneyland, e la gente faceva la fila per vedere quella paccottiglia e girare nelle strade replica di quelle vere del parco-città. Divertendosi e soprattutto spendendo. Dunque, perché non proporlo anche come modello sociale, di vita e di lavoro? Se questa è prosperità, e i fatti danno ragione, perché non usarlo per creare altra prosperità, inglobando anche altri settori della vita quotidiana e le scelte amministrative, politiche, culturali e sociali? In pratica, creare una nazione. O un prototipo, perlomeno.

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Disney era un accentratore, un padre padrone della sua opera e di quella delle persone che per lui lavoravano. Non parliamo solo degli esecutori, ma anche dei geni creativi che con le loro idee hanno contribuito a ingrandire l’impero Disney, artisti come Carl Barks furono totalmente oscurati dal capo. Il capo non era una persona semplice, un giocherellone naïve, non era il buono padre o nonno sorridente che gioca con i suoi pupazzi nelle pubblicità di quegli anni (e quanto si potrebbe scrivere sulle pubblicità degli anni ’50 e ’60… sul come hanno radicalmente cambiato il mondo, ben più di una qualsiasi rivoluzione vecchio stile). All’opposto era una persona che controllava e studiava ogni minimo particolare, affinché nulla potesse sfuggire al suo volere e nulla potesse uscire dalla “fabbrica” senza una sua approvazione e firma. Niente era lasciato al caso: l’instancabile macchina dell’intrattenimento non poteva essere condotta senza un polso di ferro e una cura maniacale dei suoi ingranaggi. Macinare soldi non è una passeggiata. Il capitalismo non è un pranzo di gala. E Disney sapeva farlo nel modo più redditizio possibile. La coordinazione dietro le quinte era complessa e organizzata come quella dell’esercito prussiano. Centinaia di dipendenti e un gruppo di società controllate dalla Disney stessa si occupavano come una comunità di formiche di tutto: dalla creazione delle attrazioni dei singoli parchi alla manutenzione delle strade e dei trasporti ai servizi di polizia. Solo così si sarebbe raggiunta l’autosufficienza, una prova generale per Epcot. Disney sapeva che nel momento in cui non devi dipendere da nessuno hai il potere assoluto. Anzi, se fai le cose che agli altri servono, non dovrai nemmeno combattere. Saranno gli altri a venire con il cappello in mano.

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Disney era anche un sognatore, e questo è un aspetto assolutamente fondamentale. Attenzione, non stiamo parlando di Stalin, una persona che tirava le somme delle milioni di persone che avrebbe ucciso in un tot di anni per far quadrare i conti o che aveva una mente talmente squadrata e arretrata da odiare qualsiasi tipo di espressione artistica che non fosse utile al potere. Qui parliamo di un uomo che sognava il futuro, certamente in un misto di futurismo e tradizionalismo, di vecchi valori della sua società e di progresso tecnologico e ordine sociale. Tutto però senza mai far calare le luci sullo spettacolo, un principio basilare, perché Disney era anche artigiano: so come farvi divertire, gente, sono il migliore, io lo so, voi lo sapete, nessuno rimarrà deluso, dal momento che un biglietto è stato pagato. Questa, in breve, la formula: io do quello che mi chiedete, ma se offro di più voi comprate. Disney, con il suo impero di personaggi di fantasia e parco giochi, era nell’America di metà Novecento assolutamente credibile.

Ecco, lo spettacolo appunto. The Truman Show. La vita come spettacolo in un mondo costruito ad hoc. Philip Dick a volte ritorna.

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Epcot sarebbe divenuta un laboratorio per il futuro. Le migliori compagnie americane vi avrebbero preso parte per fornire il necessario e anche di più, vale a dire creare quello che ancora non c’è. La cosa più importante è farlo prima degli altri, lasciare il resto del mondo indietro, un eterno secondo che imita pateticamente il gigante americano. Il parco a tema è anche un luogo dove mostrare, “to show”, lo show, lo spettacolo che non si ferma mai. Epcot e Disneyland dovevano essere enormi esposizioni universali davanti al mondo, dove si espone e si vende di tutto, dalle nuove tecnologie a nuovi stili di vita, si sperimentano prototipi di prodotti del domani. Il patto però era che a produrli, firmarli e venderli fosse uno solo.

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In un certo senso l’idea di città di Disney è stata sviluppata meglio nei principi del Neourbanesimo, una forma di architettura nata negli Stati Uniti negli anni ’80 che si basa sull’ambientalismo, la sostenibilità e la bioarchitettura. Gli architetti neourbanisti ragionano seguendo il filo di una società fortemente tecnologica ma in veloce mutamento, cercando di imparare dai problemi delle vecchie città e dando un senso al pensiero che anche in un grosso centro urbano si possa e si debba condurre uno stile di vita sano e il meno stressante possibile.

L’idea originale di Epcot è spiegata in questi due video realizzati due mesi prima della morte del fondatore, sono anche gli ultimi video in cui appare Disney. Epcot 1 – Epcot 2

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Una delle aree neourbaniste oggi esistenti, Val d’Europe, situata vicino Parigi, è stata progettata e lanciata nel 1997 proprio grazie alla cooperazione tra la Euro Disney E.C.A. e le autorità francesi. Riporto da Wikipedia: << Fa parte del più grande progetto denominato Euro Disney che ebbe inizio nel 1987, ma che fu posticipato a causa di alcuni problemi finanziari. Ora Val d’Europe è un’area residenziale di alto livello con un centro commerciale di 75.000 metri quadrati, un’area commerciale dedicata all’alta moda (chiamata La Vallée) ed Aquarium Sea Life, un grande acquario dove i visitatori possono fare un viaggio a partire dalla Senna fino a raggiungere le più grandi profondità dell’Atlantico e spingersi poi fino ai Caraibi.>> La stessa Epcot, secondo i concetti presentati nel film, si sarebbe basata su un innovativo ma semplice design: sulla base di un concetto simile al layout di Disneyland Paris, la città si sarebbe irradiata come una ruota da un nucleo centrale. Sviluppandosi, l’area urbana si sarebbe aperta a ventaglio, evitando zone periferiche diverse dal centro, la parte “antica” di Epcot, il suo nucleo originario.

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Disney ci teneva davvero che le sue idee influenzassero quelli che sarebbero venuti dopo, e in questo almeno ci è riuscito. Fortunatamente ne sono stati presi gli aspetti migliori. A proposito di trasporti, comunque, Disney si occupava anche di questi, e proprio come in certe immagini vintage del futuro dove tanti omini con il volto squadrato alla Dick Tracy e vestiti con completi grigi e con cappelli Fedora prendono metro futuristiche per recarsi a lavoro, anche in Epcot ci sarebbe stato un trasporto efficientissimo basato su una monorotaia e trenini da non più di quattro carrozze. Prendo una piccola libertà e divago: la monorotaia mi fa pensare sempre a questo ed è una cosa che vorrei anche io nella mia città. (“E per quanto riguarda noi babbalocchi?”)

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La monorotaia avrebbe rivestito come un cordone la città, divisa in un centro, ossia l’area shopping, e una periferia residenziale dove abitare (immagino con casette a schiera, viali e giardini). Le auto sarebbero state nascoste alla vista perché brutte e inquinanti, decisamente poco in linea con lo stile ordinato di Epcot. Tra l’altro pare che Disney fosse un appassionato di treni, ma non di auto, per via del lavoro paterno. In questa scelta tornava una sua antica passione infantile.

Comunque, il progetto di questa città fu un lavoro preso in seria considerazione dalla compagnia-corporation che gestiva più soldi di uno stato. Nei romanzi di fantascienza cyberpunk (Gibson, Sterling) spesso le grosse corporazioni si sostituiscono ai governi e modellano la vita delle persone secondo il ramo di cui si occupano e non di rado sono anche in guerra fra loro. La corporazione potente in effetti può da sola gestire piani che un governo non riuscirebbe mai a realizzare, per tantissimi motivi. Epcot in un certo senso esiste. Si trova a Orlando, in Florida, in un appezzamento di terra grande due volte l’isola di Manhattan. Lì nel 1971 il fratello di Walt, Roy Disney, volle costruire il Walt Disney World Resort, prendendo spunto da alcuni aspetti di Epcot. Presso il resort esiste anche un parco a tema chiamato Epcot, inaugurato nel 1982. 

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Il modello architettonico comunque è bislacco e disordinato, fatto di palazzi, castelli, hotel, attrazioni da luna park, un misto di borghi medioevali, casette parigine, palazzi di stile veneziano, come a Las Vegas, poi ancora strutture futuristiche e visioni architettoniche a metà strada tra il romanticismo ottocentesco europeo (il famoso castello di Disneyland d’altra parte è la copia del castello delle favole del Principe Ludwig a Monaco, se non ci siete mai stati andate di corsa), le architetture di Peter Behrens e Lloyd Wright e quelle che hanno dato forma alle città americane nel primo Novecento. Negli anni Novanta la Disney Corporation fece costruire un paese chiamato “Celebration”. È un progetto diverso da quello di Walt Disney, ricorda la Burbank noiosa e allucinata rivisitata dalle fantasie di Tim Burton in “Edward Mani di forbice”. In pratica, rispetto all’originale, Celebration ha mantenuto solo l’ossessione per il controllo e la parte spaventosa che è contenuta in tutti i sogni, anche in quelli più belli.

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La Epcot immaginata da Disney dunque non esiste, ma in quanto a incasellamento forzato e ingabbiamento dentro stili e mode decise da altri, per il vantaggio di pochi, oggi stiamo messi benissimo. Comunque questo non toglie che io su queste utopie retrofuturiste mi ci perdo e sotto sotto le vorrei vedere realizzate, anche perché utopia retrofuturista significa Avventura! Azione! Pistole a raggivattelapesca! Inseguimenti con stupidi poliziotti con buffi cappelli e macchine lentissime! Dai. Almeno in un film. Un misto tra Il dormiglione di Woody Allen e Paul Verhoeven. Hollywood, anzi… Impero Disney, fallo. Prendi i miei soldi!

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Ps: questa secondo me è la colonna sonora migliore.